Olocausto, parola che richiama morte e dolore per milioni di persone. Basta aprire un qualunque libro di storia per capire di cosa si sta parlando: una tragedia conosciuta con diversi nomi, come ad esempio Shoah, il modo più corretto per riferirsi a questo evento nato per lo sterminio di sei milioni di ebrei. La cosa più sconcertante di questo fatto è che è stata pensata da una sola persona e che in poco tempo è stata veramente messa in atto con l’appoggio di un’intera nazione che credeva che non tutti avessero il diritto di poter vivere una vita normale, andando a scuola e rimanendo a casa con la propria famiglia. Diversi “tipi” di persone finirono in campi di concentramento; chiunque diverso dalla “razza” ideale: omosessuali, disabili, comunisti, ebrei e molti altri il cui unico crimine era il fatto di non essere di razza ariana.
Tra le milioni di persone finite nei campi di concentramento solo una piccola parte è riuscita ad uscirne miracolosamente viva e alcuni di loro hanno speso la loro vita a raccontare un orrore che altrimenti rischiava di essere dimenticato. Primo Levi, Liliana Segre, Anna Frank e molti altri, è grazie a loro se sappiamo cosa succedeva in quell’inferno dove venivi privato di ogni tuo diritto, prelevato con forza dalla tua casa, ingannato dalla concessione di un bagaglio con i tuoi propri beni, sequestrati poi all’arrivo nei campi. Venivano divisi in categorie: chi era ritenuto inadatto al lavoro veniva mandato nelle camere a gas, convinto di fare una semplice doccia. Quelli invece che avevano l’età e la forza per svolgere i lavori prestabiliti venivano privati del loro nome, dei loro capelli, della loro identità diventando “cose”. Vivevano in baracche sovraffollate e avevano assi di legno, una sopra l’altra, che venivano definiti letti su cui più di cinque persone dormivano insieme. I pasti erano insufficienti dato che dovevano servire per una intera giornata lavorativa.
Nei campi di sterminio, poi, esisteva una stanza sotterranea chiamata “la stanza della fame” in cui le persone venivano lasciate senza acqua, cibo, luce finché non morivano. Viene narrata una storia su questa stanza: si racconta che un padre di due figli doveva andare lì ma si disperava all’idea di andarci perché doveva portare avanti la famiglia, e un uomo si sacrificò al suo posto rimanendo nella stanza della fame per due settimane. Tuttavia egli non morì e allora lo fecero uscire e lo ammazzarono. Stiamo parlando di Massimiliano Kolbe che per quel gesto fu nominato santo. Anche in un momento in cui sembrava che l’umanità fosse morta c’erano comunque questi piccoli grandi miracoli di altruismo.
