Roma, quartiere Trieste. È un pomeriggio qualunque, uno di quelli in cui il traffico scorre lento e i palazzi sembrano osservare la strada con la loro indifferenza di cemento. In viale Paola, all’altezza del civico 5, una Fiat 127 bianca è parcheggiata da ore. Nessuno le presta attenzione, finché qualcosa rompe la quiete: un rumore sordo, poi un lamento, un pianto soffocato, una voce che sembra chiedere aiuto. L’auto vibra leggermente, come se al suo interno ci fosse qualcuno che tenta disperatamente di farsi sentire.
Una signora affacciata dal palazzo di fronte è la prima a notare quel movimento anomalo. Si sporge, ascolta, si irrigidisce. Poco dopo arriva un metronotte, un agente di vigilanza notturna che sta facendo il suo giro. Anche lui sente quei suoni, e capisce che non può ignorarli. Apre la radio e invia un messaggio alla pattuglia: «Cigno cigno c’è un gatto che miagola dentro una 127 bianca in via pole».
Un codice, un’allerta, un tentativo di descrivere l’indescrivibile.
Il messaggio viene captato anche da Antonio Monteforte, un fotoreporter che si trova nei paraggi. L’esperienza gli dice che non si tratta di un semplice animale intrappolato. C’è qualcosa di più, qualcosa che pulsa sotto la superficie di quella normalità apparente. Decide di andare a vedere. Non può immaginare che, di lì a poco, scatterà fotografie destinate a entrare nella storia nera del Paese.
Quando arrivano i Carabinieri, la situazione è già carica di tensione. I rumori dall’auto continuano, deboli ma insistenti. Gli agenti decidono di forzare il bagagliaio. La lamiera cede, e ciò che appare sotto le coperte è un’immagine che nessuno dei presenti dimenticherà mai: il volto di una giovane donna, pallido, sconvolto, gli occhi persi nel vuoto. È viva, ma confusa, incapace di formulare frasi coerenti. Mormora parole sparse: “sequestro”, “bimbo francese”. Segni di un trauma profondo, di un orrore appena vissuto.
Accanto a lei, sotto altre coperte, c’è un altro corpo. Una ragazza. Immobile. Nessun respiro, nessun segno di vita.

Le due giovani vengono identificate: Rosaria Lopez, diciannove anni, barista; Donatella Colasanti, diciassette anni, studentessa. Entrambe provenienti dal quartiere popolare della Montagnola. Le indagini che seguono riportano alla luce la loro storia, e quella dei tre ragazzi che le avevano attirate in una trappola.
Pochi giorni prima, Rosaria e Donatella avevano conosciuto due dei loro futuri aggressori, tramite un amico comune — poi risultato estraneo ai fatti. L’incontro era avvenuto al bar del Fungo dell’EUR: un pomeriggio tranquillo, chiacchiere leggere, ragazzi che sembravano educati, garbati, affidabili. Tanto che i due ragazzi proposero un secondo appuntamento: una festa a Lavinio, insieme a un altro amico, che le giovani non avevano ancora incontrato.
Il 29 settembre 1975, alle 18:20, i quattro arrivarono a Villa Moresca, una dimora della famiglia di uno dei ragazzi a San Felice Circeo, in via della Vasca Moresca, zona Punta Rossa. I ragazzi dissero che lì avrebbero incontrato un amico e poi sarebbero andati alla festa. Le prime ore trascorsero tra musica e conversazioni. Poi, all’improvviso, la maschera cadde.
Uno dei tre tirò fuori una pistola.
Cominciarono a dire che appartenevano alla “banda dei marsigliesi”, che il loro capo, Jacques, aveva ordinato di “prendere due ragazze”.
Da quel momento iniziò un incubo che durò più di un giorno e una notte.
Rosaria e Donatella vennero violentate, seviziate, insultate. Rosaria non sopravvisse. Donatella, in un atto di disperazione e lucidità estrema, finse di essere morta. I tre aggressori, convinti di aver ucciso entrambe, caricarono i corpi nel bagagliaio della Fiat 127 e riportarono l’auto a Roma, abbandonandola in viale Paola.
Fu da lì, da quel bagagliaio chiuso, che Donatella trovò la forza di farsi sentire. I suoi lamenti attraversarono la strada, salirono fino alle finestre, raggiunsero orecchie attente. E salvarono la sua vita.
Le indagini portarono rapidamente all’arresto di due dei tre ragazzi. Il terzo, la cui famiglia era proprietaria della casa al Circeo, riuscì a fuggire e rimase latitante fino alla morte, accertata solo molti anni dopo tramite analisi del DNA. Il processo del 1976 ebbe un’enorme risonanza: per la prima volta, l’Italia fu costretta a guardare in faccia la violenza di genere come fenomeno strutturale, non come un episodio isolato. La difesa tentò di screditare le vittime, secondo una prassi purtroppo diffusa all’epoca, ma la testimonianza di Donatella fu determinante.
I tre vennero condannati all’ergastolo.
Il massacro del Circeo non fu solo un crimine. Fu uno specchio. Rifletté un’Italia attraversata da estremismi, da un maschilismo radicato, da un sistema sociale che spesso proteggeva i “figli della Roma bene”. Costrinse il Paese a interrogarsi sulle proprie responsabilità collettive.
Donatella Colasanti, sopravvissuta, trasformò il suo dolore in testimonianza. Partecipò a incontri, dibattiti, iniziative pubbliche. Divenne una voce simbolo della lotta contro la violenza sulle donne, fino alla sua morte nel 2005. La memoria di Rosaria Lopez e il coraggio di Donatella continuano ancora oggi a rappresentare un monito contro la brutalità e l’indifferenza.
Ricordare il Circeo significa riconoscere che la violenza non nasce dal nulla: è il prodotto di contesti, mentalità, omissioni. Significa capire che la memoria non è un esercizio sterile, ma un impegno civile. Solo comprendendo ciò che è accaduto — nelle sue radici, nelle sue dinamiche, nelle sue responsabilità — si può costruire una società più consapevole, capace di prevenire e contrastare la violenza in tutte le sue forme.
Il Circeo non è soltanto un fatto di cronaca.
È un richiamo alla vigilanza.
Un invito alla giustizia.
Una ferita che chiede di non essere dimenticata.
