La ginnastica ritmica è più di uno sport: è poesia in movimento, un linguaggio universale che mescola armoniosamente la forza atletica e l’eleganza dell’espressione artistica. Ogni gesto, ogni figura tracciata nell’aria con gli attrezzi, racconta una storia, evoca un’emozione, e lo fa con una precisione e una dedizione che solo le migliori ginnaste sanno esprimere. Può essere considerata giocoleria, abilità e tecnica allo stato puro, ma anche e soprattutto coordinamento tra il proprio corpo, l’attrezzo e la musica scelta che la danza della ginnasta illustra suggestionando lo spettatore nell’evocare emozioni, ricordi e si trasforma in arte.
Per certi versi può ricordare come approccio allo sport il nuoto sincronizzato o il pattinaggio sul ghiaccio dove la forza da dominare è quella di gravità.
L’avversario più temibile è proprio lì con noi, per noi, in pedana: sono le nostre paure, le nostre insicurezze, l’eccesso di confidenza, la troppa fiducia in noi stesse. In questa disciplina non esistono avversari diretti, esiste solo chi commette meno errori o elabora ed esegue la migliore coreografia. Il giudizio è sempre severo, non c’è scampo o spazio all’emozione da parte della nutrita giuria che valuta ogni aspetto compresa l’espressività del volto, oltre ovviamente all’esecuzione ginnica, alla componente coreografica come la scelta della musica rispetto al messaggio che si vuole comunicare o raccontare nell’esercizio.
Basta un’imprecisione, soprattutto negli esercizi a squadra, un lancio sbagliato, una maestria non eseguita a dovere che l’intera performance viene compromessa affondando anche le altre compagne: non è come nel calcio che magari poi in un’altra azione il passaggio lo fai meglio o puoi recuperare: nella ginnastica ritmica non si recupera l’errore. Rimane, è enfatizzato e spesso se non si è più che esperte e lucide compromette l’intera gara che dura pochi minuti: il mantra è zero errori e spesso neanche basta.
