
Non è solo un film o un libro ma una storia vera accaduta il 20 novembre 2012 a un ragazzo che aveva appena compiuto 15 anni, un ragazzo dal nome Andrea Spezzacatena, che ha deciso di mettere alla sua vita la parola “fine”. Era stato giudicato per aver indossato un paio di pantaloni rosa, diventati di questo colore per via di un lavaggio sbagliato. Non ha lasciato niente, neanche una lettera o un indizio che facesse capire il perché del suo suicidio. Solo dopo la sua morte la madre ha scoperto che i suoi compagni di classe avevano creato un profilo Facebook intitolato Il ragazzo dai pantaloni rosa per prenderlo in giro, ridere dietro di lui come facevano nei corridoi di scuola. La sua storia è stata raccontata non solo dai telegiornali ma anche dal libro che ha scritto la madre, Teresa Manes, per sensibilizzare i ragazzi, evitare che molti abbiano lo stesso destino che ha avuto Andrea e per denunciare il bullismo omofobico. La trama del libro, Andrea oltre il pantalone rosa, da cui è stata estratta successivamente anche la trama del film Il ragazzo dai pantaloni rosa, parla della storia di Andrea. Non solo quando era bullizzato e preso in giro, ma anche com’era caratterialmente, cioè un ragazzo solare, divertente e, come dice nel film, “Sono ancora piccolo” quando decide di festeggiare il suo 15° e ultimo compleanno alle giostre.

Questa storia è stata d’ispirazione non solo a Margherita Ferri per il film, ma anche a Claudio Volpe per il libro Il rosa è solo un colore. “Quella vicenda mi ha fatto sempre percepire un profondo senso di fallimento personale come cittadino” ha raccontato Volpe in un’intervista. “Mi sono chiesto: cosa ho fatto io per creare una società migliore? Quale contributo ho dato? Fino a che punto posso ritenermi estraneo al male che si muove nel mondo? Non fare del male è sufficiente oppure occorre anche spendersi attivamente per cambiare le cose? Questo romanzo è stato un tentativo di rispondere e di dare il mio contributo. La mia storia è ovviamente diversa e non biografica rispetto a quella del “ragazzo dai pantaloni rosa” ma l’idea, il movente è scaturito in me dalla riflessione attorno a quella vicenda”. Questo libro parla della storia di Nicola che lotta, aiutato dalla sua migliore amica Agata, per farsi accettare dai compagni di classe ma soprattutto dal gruppo di bulli che lo hanno preso di mira. E per farlo cerca anche di entrare a far parte di esso, però per entrarvici doveva superare “tre prove”. Le supera con successo, però il giorno in cui doveva entrare nel gruppo perché aveva concluso l’ultimo test, che consisteva nel portare una cosa preziosa appartenente alla madre, lo legano in ginocchio contro il tronco di un albero. Nicola è un ragazzo al quale piace il rosa, il colore del quale qualche volta si veste, gli piace scrivere poesie e ha una fantastica migliore amica, Agata, che farebbe di tutto per non farlo sentire solo. Lei è capace, come dice nel libro, “di deviare il mio dolore spostandolo altrove, anche su di sé se non ci sono altri diversivi, e di questo le sono immensamente grato.”, e di vestirsi “completamente di rosa per uscire insieme a te così che tu possa dare meno nell’occhio” anche se non gli piace molto questo colore. Poi c’è Mattia, il ragazzo di cui si è innamorato e con il quale alla fine si fidanzerà. Lo ha conosciuto grazie alla madre, perché non se la cavava molto col greco e Mattia, il figlio di un’amica della madre, che era al primo anno di università e studiava Lettere antiche, lo avrebbe potuto aiutare a migliorare.
Due storie collegate da un filo, bullismo e cyberbullismo, che ci fanno riflettere su tante cose ma soprattutto sul fatto che non si può prendere in giro per il proprio modo di pensare, per il proprio modo di vestire, per i propri gusti, ecc. Anzi dovremmo aiutare a difendere chi è soggetto a tutto questo, da coloro che lo fanno e non metterci dalla parte del “più forte”. Ma anche capire il perché il bullo lo fa, perché sotto la maschera da bullo si può nascondere una persona fragile che fa tutto questo per via di una situazione difficile in famiglia o per il semplice motivo di essere ascoltato o notato. Perché non sempre i bulli sono delle persone “cattive”, semplicemente c’è una situazione o un avvenimento che, magari, lo “obbliga” a comportarsi così. Ma soprattutto non bisogna solo trattare l’argomento oralmente, cioè parlarne solo, ma mettere anche qualche teoria o ipotesi in pratica, fare qualcosa di concreto, cosa che spesso non succede perché tutti nella teoria sono bravi, ma nella pratica non sempre. Infatti non viene sempre compreso fino in fondo che, ad esempio, quando un messaggio ormai è stato scritto e inviato non si può più tornare indietro anche se successivamente viene compreso l’errore commesso, è come una macchia d’inchiostro che non si può cancellare. E ormai che la caduta del domino è cominciata non si può più fermare.
Ognuno può fare una grande differenza!
